segnalazione settembre 2014 - Puglia In-Difesa

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segnalazione settembre 2014

AFFRESCHI DI SAN VITO VECCHIO IN PERICOLO
di Francesco Mastromatteo

“Gli affreschi di San Vito Vecchio galleggiano sull’acqua”.

Quello lanciato da Ottorino Nonfarmale, restauratore di fama internazionale, è solo l’ultimo di una lunga serie di verdetti sul futuro del bene storico-artistico conservato nella Fondazione Santomasi, dopo un sopralluogo presso la ricostruzione della chiesa rupestre di San Vito Vecchio sita nel museo di Gravina.

"I supporti sono insicuri, potrebbero cedere da un momento all'altro, perché retti da una colata di gesso ormai sfarinatasi" ha concluso l'esperto confermando quanto già annunciato due anni fa dai due studiosi Giuseppe Fabretti e Giuseppe Moro.

Incuria, infiltrazioni di acqua, umidità naturale della chiesa ricostruita tra le rassicuranti mura della Fondazione Santomasi, dove gli affreschi sono stati posizionati per essere sottratti al degrado, rischiano ora di trasformarsi in una trappola fatale per queste opere d'arte. Eppure già nel 2012 il Comune di Gravina aveva chiesto l'intervento dell'Istituto superiore del restauro per effettuare un intervento diagnostico-conoscitivo degli affreschi.

Risultati che non si sono fatti attendere e che sono stati evidenziati in tutta la loro criticità dal professor Giuseppe Fabretti, direttore dell'Istituto centrale del restauro, autore delle analisi termografiche volte a individuare le zone della cripta sottoposte ad un maggiore stress termico che con il passare del tempo potrebbe rovinare gli affreschi oltre a individuare la presenza di umidità nell'intera struttura.

Parole preoccupanti, quelle di Nonfarmale, che non esita a parlare di “processo di degrato accentuato” ed evidenziano tutta l'urgenza di un intervento di restauro. Un lavoro, lungo e minuzioso, si parla di sei o sette anni e di somme di denaro importanti da investire per smontare, ripulire, restaurare e montare su nuove strutture, gli affreschi. Fondi che ad oggi nessuno, tra i diversi enti deputati, prima fra tutti la Soprintendenza, ha inteso investire dando seguito alle parole di Fabretti.

Ma a due anni dal grande clamore, sulla vicenda sembra essere caduto il silenzio. Un silenzio pericoloso che rischia di strappare a Gravina una delle opere che ne hanno fatto una "Città d'arte".

Gli affreschi sono opera di maestranze locali attive a cavallo tra il XIII ed il XIV secolo, tra Puglia e Basilicata, che fecero proprie le tecniche dell'arte bizantina. La cripta originale in cui erano collocati si trova ancora adesso in un giardino di proprietà privata, nel quartiere denominato delle "fornaci", per la forte concentrazione in tempi passati di botteghe di fornaciari e di maiolicari, botteghe oramai tutte scomparse. Le operazioni di stacco dalle pareti, rese necessarie per le precarie condizioni della cripta,  furono effettuate nel 1956 dai restauratori della Soprintendenza di Bari in collaborazione quelli dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma e nel 1958 subirono i lavori di restauro conservativo a Roma.

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