segnalazione novembre 2014 - Puglia In-Difesa

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segnalazione novembre 2014

LA LENTA AGONIA DELL'ABBAZIA DI SANT'AGATA sul FORTORE
(XIII - XIV sec) in agro di Serracapriola
testo di Francesco Ferrante
foto di Nazzario Derrico

Mucchi di macerie e crolli e violenze e scavi clandestini alla ricerca di un impossibile tesoro sepolto: non trovano pace nemmeno nella conclusiva agonia i resti che furono della grandiosa abbazia di Sant'Agata nel territorio di Serracapriola, dove, fino agli anni settanta del secolo appena tramontato, si celebrava ancora la santa messa a beneficio dei contadini abitanti nel "casale".
Poche le notizie storiche che si accompagnano a questa imponente opera. La sua mole strutturale è ancora visibile su un rilievo formato dai depositi fluviali degli antichi letti del Fortore. Con ogni probabilità doveva essere, in origine, una semplice grancia dipendente del Monastero di Santa Maria di Tremiti. È certo, tuttavia, che nel sedicesimo secolo, raggiunto il suo massimo grado di splendore, prima che iniziasse la fase di declino assieme all'abbazia madre di Santa Maria di Tremiti, fungesse da punto di raccolta in terraferma delle derrate agricole del potente monastero isolano.
Nel 1600, governata dai canonici regolari di Sant'Agostino a nome dell'abbazia di Tremiti, il cronista sanseverese Antonio Lucchino così la descrive: «Magnifica non solo per eccellenza di architettura e fabrica, ma per sontuosi e comodi claustri ed abitazioni; ricca di fertili territori et utili boschi, dove si mantengono numerosi greggi e specialmente de’ bufali. Ha una vigna e un bellissimo giardino attaccati al luogo, con una abbondante fonte di acqua dolcissima da cui viene irrigato e fecondato il giardino... ricco di alberi di limoni e d'aranci». La impreziosiva, tra l'altro, una «piccolissima pescheria murata dove si vedono varie sorta di pesci», e famoso era un liquore di «succo di Regolizie» che gli abili monaci preparavano «per prelati e signori grandi, e con molta carità anche per gli amici».
L'edificio, munito di possenti muri di cinta, comprendeva due sezioni: la parte abbaziale con chiesa, teorie di celle e portico colonnato che si sviluppava lungo il chiostro; e la parte indicata come "casale", destinata agli alloggi dei coloni ed ai magazzini per le merci che si aprivano su un ampio cortile. Parte delle strutture interne, nella zona dei dormitori, crollò durante il disastroso terremoto del 1627, quando l'abbazia contava quasi cinquanta abitanti. Ma il danno venne riparato, se al 1750 risale la costruzione della chiesa rurale voluta dal vescovo di Larino, in quanto nel monastero abitavano «meglio che cento individui».
Dopo le leggi sull'eversione del feudalesimo, Sant'Agata venne acquistata da alcuni mercanti napoletani che la cedettero, nel 1811, insieme col latifondo di pertinenza, al marchese de Luca di Foggia. Gradatamente smembrata la proprietà terriera, per successive vendite frazionate a privati nuovi possessori, l'abbazia continuò tuttavia, quasi per inerzia, a farsi centro di richiamo di fede per le numerose famiglie di contadini che risiedevano nel "casale". Ed anche da Serracapriola i fedeli vi si recavano talora a piedi o con lo “sciarabbà”, come è nel ricordo dei piu' anziani del paese. Ma il progressivo abbandono delle campagne che tenne dietro al fenomeno del neo-urbanesimo degli anni '50, e il disinteresse dei proprietari per un'emergenza monumentale dalla quale non si è saputo trarre prospettive di redditi economici, ne decretarono la inesorabile fine.
Ormai completamente diruta, con le tombe profanate ed ogni elemento di un certo valore artistico trafugato, lo scheletro dell'abbazia pare confondersi con l'arida natura che la circonda. E solo dal ruscello che ancora scorre ai suoi piedi e che dà vita a sporadici cespugli di liquirizia, sembra muoversi l'ultimo barlume di vita legato ad una storia plurisecolare. Da Sant'Agata infatti proviene il prezioso reliquiario ottagonale (ora custodito presso il Museo Diocesano di San Severo) che il primo vescovo di Dragonara, Eimerado, utilizzò nel 1045 a Tremiti, quando consacrò l'altare maggiore della chiesa di Santa Maria a Mare annessa alla famosa abbazia benedettina.


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