S. Apollinare Rutigliano - Puglia In-Difesa

Vai ai contenuti

Menu principale:

S. Apollinare Rutigliano

Articoli

S. Apollinare a Rutigliano
Flavio Nicola Delvecchio


Gli attuali ruderi della chiesetta di Sant'Apollinare constano di una serie di importantissime strutture murarie residuali tra le quali è possibile leggere la sopravvivenza di un tempietto a navata unica, ultima edizione di un edificio che ha attraversato diverse fasi costruttive, crolli e rimaneggiamenti. Delle originarie coperture sopravvivono gli avanzi di due cupole a chiancarelle (del tipo "a trullo") poste in asse, ambedue parzialmente crollate in epoca imprecisata. La prima di esse è stata ripresa, in epoca recente, da una volta a botte posticcia; per quanto riguarda la seconda, durante i restauri degli anni '80 del secolo scorso, si è ritenuto di non ricostruirla arbitrariamente. In effetti, dopo l'abbandono come luogo di culto, l'edificio cadde in rovina e solo diversi secoli dopo fu riutilizzato come ricovero per ovini. Col tempo, sopravvenne il tracollo delle cupole a trullo, le quali non vennero riscotruite fino l'ultimo utilizzo come ricovero agro-pastorale negli ultimi due secoli. E' verosimile che, in questo stato di cose, una delle due volte dirute sia stata ripresa da una voltina a botte, mentre l'altra sia stata lasciata scoperta per garantire l'arieggiamento e lo sfiato dell'ambiente che avrebbe accolto il bestiame. In fondo all'edificio vi è una piccola abside semicircolare orientata a Levante. Esternamente, al di sotto della stessa, durante i restauri vennero alla luce i basamenti murari di un'abside più antica dal diametro più ampio rispetto all'attuale e non del tutto concentrica. Sulla parete esterna di Nord si notano due paraste, mentre sulla facciata esposta a Sud se ne leggono ancora tre. Internamente, gli spazi della chiesetta sono scanditi dalla presenza di due campate divise da un arcone centrale divisorio a tutto sesto.

E' necessario rammentare che la chiesetta attuale insiste su un'area archeologica particolarmente ricca, la quale ha restituito frammenti vascolari che risalgono indietro nel tempo fino al periodo Neolitico. Fra 1976-1977 venne alla luce una vasta necropoli di epoca arcaico - classica ed elleinistica, composta da circa 450 tombe e sontuosi corredi funerari, le cui risultanze di maggior valore archeologico risalgono ad un periodo fra il IV e il VI secolo a.C.. La grandiosa necropoli fu ritenuta, dal soprintendente archeologo Lo Porto, fra le più importanti mai rinvenute in Peucezia. La datazione dei reperti va dalla metà del VI al IV sec. a.C. e, fra un immane patrimonio di oltre 2000 reperti, vi figura una cospicua presenza di vasi a figure rosse e nere di produzione attica, ionica, corinzia, bronzi peloponnesiaci, recipienti in vetro di Rodi, svariati oggetti figurati in ambra a tutto tondo, nonché ragguardevoli kràteres (crateri) attribuiti al Pittore di Pan, al Pittore della Danzatrice di Berlino, al Pittore di Sisifo e di Amykos, insieme a elmi apulo-corinzi (la cosiddetta "Tomba del guerriero"), diversi ori e figurine fittili.  Nella vicina località Bigetti, insieme alla sepolture, vennero alla luce nuclei abitativi di età arcaica, classica ed ellenistica, ma anche un tesoretto di 57 monete d’argento di età classica provenienti dalle colonie magnogreche. Uno degli edifici è databile agli anni VIII-VII sec. a.C. ed era costituito da un ambiente con zoccolo in pietra a megaron di derivazione micenea, dotato di vestibolo e destinato ad uso pubblico, religioso (nei pressi fu rinvenuta un’antefissa) o come dimora aristocratica.
Inoltre, durante gli scavi del 1979, a Sud-Est della necropoli classica di Purgatorio, era venuto alla luce un prezioso sepolcreto altomedievale (VI-VII sec. d.C.) che si arricchì di ulteriori ritrovamenti tombali coevi, emersi all’epoca dei restauri della chiesa ('83-’84) nello strato superiore delle tombe del periodo classico, le quali rivelarono la lunga sopravvivenza dell’insediamento. I ricchi corredi, fra cui spiccavano oggetti aurei d’inestimabile valore e di derivazione costantinopolitana, dimostrarono la vivacità economica e commerciale di questo villaggio che, nel 915, verrà menzionato nel Chartolarium del monastero di S. Benedetto di Conversano come «villa que vocatur Bigetto». La scoperta di un sepolcreto altomedievale distribuito tutt’intorno alla chiesetta di Sant’Apollinare ha messo in luce la presenza, in questo insediamento, di un gruppo etnico locale fortemente permeato di elementi propri degli usi e costumi longobardi.

I restauri della metà degli anni '80 permisero di addivenire ad una ricostruzione approssimativa delle diverse fasi costruttive ed evolutive del tempietto, nonché delle preesistenze monumentali precristiane sottostanti. Sotto le vestigia della chiesetta, vennero alla luce i resti murari di un edificio di epoca imperiale (di cui si conserva un canale con fondo in cocciopesto, basi di colonne e pilastri in situ), riconducibili alle strutture di una villa rustica romana (del III sec. d.C.). Sulle rovine di tale insediamento produttivo, attivo in epoca precedente alla cristianizzazione delle campagne del Barese, dovette innestrarsi la struttura embrionale della prima chiesa paleocristiana (V-VI sec. d.C.), la quale doveva avere dimensioni planimetriche pressoché analoghe a quelle del tempietto attualmente conservato ed abside leggermente più ampia. A questa primitiva fase costruttiva si fanno risalire i resti dell'arco absidale rinvenuto alla base di quello attuale. In seguito, attorno all'VIII sec. d.C., la chiesuola absidata dovette essere ampliata a tre navate (con forti analogie col tempietto di Seppannibale in agro di Fasano), successivamente ridotte a due e infine ad una. La progressiva riduzione degli spazi interni è stata giustificata dal crollo dei muri perimetrali, dovuti alla probabile poca cura usata nella realizzazione dell'elevato, di cui rimane traccia in alcuni basamenti murari e i rocchi di pilastri rinvenuti a Sud e a Nord dell'unica navata conservata. Lo stesso materiale di crollo fu probabilmente reimpiegato per tompagnare il diaframma di separazione fra le vecchie navate. 
Attorno al X-XI sec. d.C. la chiesa venne dunque parzialmente ricostruita nelle forme attuali con un rimpicciolimento dell'abside più antica e l'apertura di una piccola monofora a sesto acuto sul lato Sud. In epoca imprecisata venne abbandonata. Persa la sua funzione di luogo di culto, venne più recentemente riattata a ricovero per il gregge ed infine a deposito per attrezzi agricoli. Negli anni '80 del Novecento, grazie alla grande sensibilità culturale del suo proprietario, il mecenate dott. Nicola Didonna, fu riscoperta e recuperata grazie all'intervento della Soprintendeza ai Beni culturali della Puglia.
Al termine del restauro "a rudere", si optò per lasciare a vista l'area archeologica annessa fatta di sepolture litiche, resti di sarcofagi e strutture murarie risalenti a precedenti fasi costruttive, demarcandola con un muretto di tufi a secco. Nel corso dei successvi trent'anni trascorsi da allora, nessun intervento di manutenzione è stato più operato, né tantomeno è stata ripresa le tanto caldeggiata prosecuzione degli scavi archeologici, arrestatisi a fine anni '80 per l'esaurirsi dei fondi messi a disposizione dalla Soprintendenza.

Un'encomiabile iniziativa volta alla ricerca dei mezzi con cui avviare un recupero conservativo di Sant'Apollinare (che ora come ora significherebbe salvare la struttura superstite dal crollo integrale) è stata quella di inserire il tempietto fra "I Luoghi del Cuore" del FAI. Durante il censimento del 2014 si sono raggiunte le 961 preferenze.

Intanto, ad aprile dello scorso anno, la chiesetta è stata puntellata in attesa di operazioni di messa in sicurezza e restauro che, purtroppo, sinora non sono stati ancora attuati.
L'edificio presenta infatti un'ampia lesione sulla parete esposta a Sud (lato sinistro rispetto all'ingresso) che è andata gradualmente estendendosi compromettendo seriamente la staticità di quanto resta della facciata Ovest. Ulteriori atti vandalici susseguitisi nel corso del tempo e gli stessi interventi di puntellamento (attuati senza che gli operai si curassero di quanto avessero sotto i piedi) hanno peraltro sensibilmente danneggiato l'area archeologica lasciata a vista, ossia gli avanzi della necropoli di epoca classica, il sepolcreto altomedievale e i resti di un canale con fondo a cocciopesto della villa rustica romana precedente il primo impianto della chiesa. In una delle foto allegate è ritratto quel che resta di un pilastrino quadrato in mattoni d'argilla di pertinenza della villa rustica romana su cui, dopo l'abbandono, andò a strutturarsi la primitiva chiesa paleocristiana.
 

Torna ai contenuti | Torna al menu