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Paesaggi Culturali Puglia

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Paesaggi Culturali in Puglia - Punto della situazione
di Maurizio Triggiani

Una delle ragioni per le quali è francamente difficile affrontare un tema come quello della salvaguardia del paesaggio e delle sue testimonianze storiche e culturali consiste nel fatto che basta fare un giro su internet, sulle raccolte di notizie di stampa, ma anche semplicemente in libreria in settori neanche più tanto “specializzati” per trovare una pletora di studi, relazioni scientifiche, interventi di natura tecnica e giuridica che hanno per oggetto proprio il paesaggio ed i beni culturali.

In questi ultimi anni in quanto curatore del sito www.pugliaindifesa.org ho avuto modo di essere costantemente in contatto con operatori, ricercatori e semplici cittadini che hanno denunciato una serie di attacchi al patrimonio ed al paesaggio. Gran parte di queste segnalazioni non hanno avuto esito, alcune sono state sostanzialmente disattese, altre, ma solo in minima parte sono state accolte.

Una delle poche consolazioni è costituita dal fatto che la mia compagnia vanta ben più illustri compagni impegnati da più anni di me e con meriti sicuramente maggiori in questa lunga e verrebbe da dire quasi improbabile battaglia. E su tutti valgano i nomi di Salvatore Settis che con il suo importantissimo volume “Paesaggio, Costituzione, Cemento”, ha riassunto anni di interventi, studi e ricerche, partecipazioni a convegni e contributi specialistici su questi temi, annunciando nelle prime righe del suo libro “Il paesaggio è il grande malato d'Italia”.
E la Puglia in questo non sfugge a tali considerazioni. Esistono impegni programmatici regionali che in questi anni hanno prodotto strumenti di grande importanza come le relazioni dei Piani Paesaggistici Regionali Territoriali, così come esistono interessanti Report del “Parco dell'Alta Murgia” per analizzare le potenzialità, le criticità e i caratteri culturali e paesaggistici di quel territorio. Senza poi parlare di studi scientifici ed accademici che in questi anni sono stati al centro dell'interesse di studiosi e ricercatori e che hanno avuto come obiettivo proprio lo studio dei caratteri storici e culturali della regione (vedi il volume “La Puglia centrale dall'Età del Bronzo all'Alto Medioevo”). Infine una quantità di movimenti nati su social network (Luc'eri, Salviamo il tesoro archeologico di Castellaneta, Fermiamo le trivelle in adriatico e nelle isole Tremiti) e riversati su manifestazioni pubbliche e sociali che hanno evidenziato la coscienza di cittadini su temi quali le trivellazioni petrolifere in Adriatico e le condizioni paesaggistiche e ambientali fortemente compromesse dell'area tarantina. Studi sulle emissioni di polveri provenienti dall'Ilva sono state riprese e pubblicate da testate giornalistiche locali e nazionali che hanno spesso anche messo in relazione la tutela ambientale con la salvaguardia del patrimonio storico e culturale. Senza dimenticare le indagini sul patrimonio idro-geologico realizzate e messe in rete dalla Società Geologica Ambientale (Sigea). Tutto ciò costituisce soltanto una sintesi per forza incompleta di quanto negli ultimi anni sia stato fatto e delle energie dedicate a tali argomenti. Eppure...il territorio, il paesaggio ed il paesaggio culturale pugliese, così come quello italiano rimane un paziente fragile, vittima di attacchi continui che rischiano di alterarlo, se non cancellarlo completamente.

I paesaggi culturali pugliesi sono malati, ognuno con prognosi e diagnosi spesso differenti, ma tutti rischiano peggioramenti che possono diventare fatali.

I maggiori fattori di “attacco” al territorio possono essere sintetizzati in questo modo:
il territorio utilizzato come una discarica, a volte autorizzata altre volte abusiva
le grandi industrie che realizzano un indotto di produttività pari se non  minore all'impatto paesaggistico e territoriale
gli impianti di produzione energetica, quelli già presenti sul territorio e quelli che si vorrebbero realizzare
i “piani turistici” e quelli “urbanistici” che non  rispettano il territorio e le sue coste
la cattiva tutela e la 'malasalvaguardia' del patrimonio culturale

Il territorio utilizzato come una discarica
Cavità naturali e cave dismesse come enormi discariche. Solo nel 2009 ne sono state scoperte e sequestrate in tutto il territorio regionale 663 con oltre un milione e 400metri cubi di rifiuti scoperti. In testa, per quantità, la provincia di Brindisi. Poi c’è la piaga del traffico dei scarti spesso pericolosi per la salute verso paesi meno «severi» nei controlli. Le forze dell’ordine (Guardia di finanza, Carabinieri, Corpo forestale dello Stato e, a breve, anche la Guardia costiera) cercano di mettere un argine allo scempio del territorio, intensificando l’attività di monitoraggio del territorio con mezzi tecnologici sempre più sofisticati. (fonte La gazzetta del Mezzogiorno). Nel 2008 in località Grottelline, nel territorio di Spinazzola, venne sequestrato un grande impianto di smaltimento di rifiuti urbani, ma nonostante questo esiste una fotografia impietosa di quanto il territorio pugliese venga quotidianamente utilizzato come grande discarica, anche di rifiuti tossici. Chiunque si avventuri, ad esempio, in ipogei, chiese e strutture rupestri, potrà rendersi conto di come questi spazi siano stati per anni, e spesso lo sono ancora, ridotti a grandi raccoglitori di rifiuti. Uno scempio che coinvolge territorio e beni culturali legandoli indissolubilmente specialmente nelle province o a ridosso di città come Bari, Taranto, Brindisi soprattutto. Ma le discariche hanno anche alterato ambienti agro-alimentari e culturali importantissimi: si pensi al riguardo a tutte le inchieste presenti nell'Alta Murgia, dove pare che il territorio sia stato devastato dal sotterramento di rifiuti pericolosissimi che hanno danneggiato seriamente la produttività del grano e dei prodotti agricoli e della pastorizia in un'area come quella di Spinazzola, Gravina, Poggiorsini e Minervino Murge. Un report come quello indicato mostra ampiamente la riduzione del territorio coltivato in questa area, ed il conseguente abbandono di quell'abitato sparso da sempre carattere di questa zona: masserie storiche, testimoni di un passato che va dall'età moderna sino al medioevo, oggi rimangono isolate o addirittura rischiano crolli e scomparse e così tutto un paesaggio di cultura e storia che presenta ormai ruderi come quello del Castello del Garagnone posto quasi ad osservare tutto ciò che accade intorno. E proprio accanto a tale castello un'area destinata a campo di esercitazione militare e poligono di tiro, interdetto ai cittadini ed ai contadini della zona e di cui non si può sapere quali siano le attività, ma soprattutto quali materiali vengano utilizzati nelle esercitazioni e di quanto queste possano essere nocive per il paesaggio. E lì siamo in un'area che in origine doveva presentarsi come un territorio rigoglioso compreso appunto tra la Masseria Melodia e l'attuale area di Calentano e S. Magno.

Le grandi industrie
Tre nomi su tutti: Enichem di Manfredonia, Ilva di Taranto e Centrale Federico II di Brindisi.
Tre colossi che hanno inciso e continuano a costituire un peso enorme sull'equilibrio paesaggistico e territoriale e culturale della Regione.

Nel libro ‘Invisibili’ pubblicato lo scorso anno da Fulvio Colucci, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, e Giuse Alemanno scrittore e operaio dell’Ilva dal 2001, la realtà dei ‘metalmezzadri’ cantati da Walter Tobagi alla fine degli anni ’70 si colora di grigio e di rosso, come sono i paesaggi intorno all’Ilva nel rione dei Tamburi di Taranto. Quegli operai strappati ai loro campi che avevano creduto nella possibilità di una vita migliore sono scomparsi, alcuni sono morti di tumore, altri per gli incidenti nell’acciaieria, altri hanno lasciato il passo a figli e nipoti, per tutti la realtà è diventata nebulosa, avvolta nelle polveri dell’Ilva. E così i campi si colorano di rosso, il mar Piccolo comincia pian piano a morire, l’anima del contadino e quella del pescatore che, dopo il turno all’Ilva, tornava ai suoi lavori di sempre, sembra essersi perduta, ingoiata dal ‘mostro’. Così come sono stati ingoiati dal mostro le vite umane, padri, genitori di figli ormai orfani che gridano il loro disperato bisogno di aiuto ‘Guardando il cielo chiedo perché nel cielo ci sono tante nuvole nere e pure non piove…il verde non è verde, il blu è malato’. Questo è soltanto uno dei pensieri, delle parole e delle immagini della città raccolti sotto forma di lettere ed inviate al Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, e al patron dell’Ilva Emilio Riva. Ne è venuto fuori un libro, ma la situazione non sembra essere cambiata e questo è un paesaggio fatto di territorio, ambiente, ma anche di facce scavate dal duro lavoro, dalle malattie, dalla rassegnazione e dal grigiore.
Non basta esistono studi specifici sulle sostanze emesse che fanno rabbrividire. Polveri sottili che incidono in modo inquietante sulla salute dei cittadini, la diossina che ormai ha inquinato in modo 'invisibile/irreversibile' l'area della città dove quest'anno sono state distrutte tonnellate di 'cozze alla diossina' coltivate in quel Mar Piccolo che sembra essere diventato un bacino 'malato'. Così Taranto va lentamente morendo pagando il suo tributo di vite umane, di cultura e di tradizione a chi inizialmente aveva promesso rilancio economico e lavorativo. In alcuni restauri eseguiti a Mottola su affreschi rupestri si è riscontrato un deposito di polveri sottili pari a diverse decine di centimetri e lo stesso risultato è stato registrato nelle aree archeologiche. Non parliamo di sterpaglie infestanti, ma di polveri, le stesse che i cittadini di Taranto respirano ormai da decenni. E questo è soltanto uno degli aspetti: l'area industriale che gravita intorno all'Ilva ha fagocitato testimonianze della civiltà rupestre tarantina, si pensi agli insediamenti di Statte e alla quasi sconosciuta chiesetta di S. Chiara alle Petrose che “giace” alle porte del colosso industriale. E queste sono soltanto alcune delle tantissime segnalazioni che possono essere fatte si pensi al fiume Galeso con l'antica chiesa di S. Maria, un patrimonio che giace abbandonato e dimenticato.
L'Enichem di Manfredonia da par suo aggiunge agli effetti di un polo petrolchimico la stessa posizione geografica, al centro del Golfo di Manfredonia. Un tratto di mare protetto e chiuso dal promontorio del Gargano, un bacino che ha dalla sua vantaggi importanti, come la tranquillità delle acque che permettono navigazioni sicure (ma questo d'altra parte lo sapevano anche i romani che fecero di Siponto uno dei porti più frequentati) ed anche il problema dello scarso ricambio di acqua. E così in quel golfo, nel quale tra l'altro confluiscono le acque dell'Ofanto e dove si affacciano le saline di Margherita di Savoia, l'equilibrio è stato stravolto. La corsa alla produttività in barba al rispetto dell'ambiente ha inoltre avuto l'effetto di favorire tipi di pesca illeciti come la pesca a strascico con maglie sottili, tutto ciò insieme alle navi di grossa stazza che per motivi legati all'Enichem hanno attraversato questo tratto di mare, hanno definitivamente alterato o, per meglio dire, distrutto i fondali sabbiosi di questo specchio d'acqua. Basterebbe fare un'immersione nelle acque del Golfo per rendersene conto. Senza parlare poi delle infrastrutture legate al porto industriale di Manfredonia che hanno finito per cambiare non solo il volto della cittadina, ma anche di quella periferia a nord della quale cominciano a profilarsi le pendici del Gargano. Tutto ciò mentre il litorale intorno proprio a Siponto continua ad essere divorato dal consumo delle spiagge lasciando così in parziale abbandono un importante sito archeologico, ma ancor di più la poco distante abbazia medievale di S. Leonardo che continua a minacciare crolli nonostante l'impegno di cittadini ed associazioni che implorano interventi e fondi per poter conservare questo patrimonio.
Della Centrale brindisina Federico II rischieremmo di ripetere molte delle problematiche già esposte, ma una notazione va fatta a proposito di quel nome “Federico II” che mostra una sorta di beffardo oltraggio a chi si occupa di cultura, di storia, oltre che di tutela del territorio. Eh già perchè spendere il nome di Federico II in una regione come la Puglia significa esaltare e, all'occorrenza, giustificare qualsiasi tipo di operazione. Le “terre federiciane” cantate in sigle di operazioni commerciali, turistiche, industriali ormai sembrano l'emblema perlomeno di una truffa ai danni della cultura, della tradizione, dei cittadini e, perché no, anche dello stesso Federico.

Gli impianti di produzione energetica
Su quello che potrebbe essere l'impatto sul territorio degli impianti di produzione energetica come l'Eolico o i Pannelli solari esiste una sorta di enciclopedica narrazione che passa attraverso studi specialistici, inchieste giornalistiche, interventi più o meno particolari e particolareggiati che, in sostanza, da un certo punto di vista sostengono le politiche regionali relative allo sviluppo di tali impianti, dall'altro sottolineano il grave danno territoriale che questi stessi impianti producono. Ci sono ettari di territorio, perlopiù ubicati nel subappennino dauno, ma presenti anche in altre aree della regione che sono stati destinati alla realizzazione di 'Pale Eoliche'. In Daunia esiste anche un vero e proprio 'Parco Eolico' visitato da turisti e scolaresche, che si impone per il gran numero di pale che hanno, anche visivamente, modificato quel paesaggio. Un paesaggio che alcuni anni fa è stato anche indicato da studiosi e ricercatori dell'Università degli Studi di Foggia come un territorio altrettanto ricco e interessante dal punto di vista archeologico che, tuttavia, ora è pregiudicato proprio dalla presenza di questi giganti.
Ora lasciando le inchieste ai giornalisti o, meglio, agli organi di competenza, e parlando con l'obiettivo di tutelare e salvaguardare il territorio  sorge una domanda che credo possa essere legittima: quale sarebbe la durata nel tempo di una Pala Eolica e soprattutto una volta dismessa come si può smaltire un oggetto di acciaio e cemento che pesa alcune tonnellate?
Eppure forse queste forme di energia alternativa hanno scongiurato, almeno per il momento, un altro grosso pericolo per i paesaggi pugliesi che lo scorso anno si stava drammaticamente materializzando.
Autorizzata dall'allora Governo Berlusconi con il beneplacito del sempre passato Ministero dell'Ambiente nel 2011 vennero pianificate da un'impresa inglese una serie di trivellazioni in Adriatico che avevano lo scopo di individuare giacimenti petroliferi sottomarini. Le aree pugliesi indicate erano quelle al largo delle Isole Tremiti e al largo della costa di Monopoli. Inutile parlare del valore paesaggistico di queste due zone di mare, la prima addirittura segnalata come 'Parco marino', la seconda al centro di una densissima attività turistico e balneare,  entrambe già minacciate da un fragile equilibrio biologico e faunistico. Iniziative attivate attraverso social network, ma anche grazie all'impegno concreto di personalità come il cantautore Lucio Dalla ne hanno scongiurato il pericolo. Il timore è che tuttavia si sia trattato di una vittoria momentanea....

I “piani turistici”, i “piani urbanistici”
Proprio a partire dalle Isole Tremiti occorre aprire un riflessione che, naturalmente, finisce per coinvolgere l'economia o la speculazione turistica dell'intera regione. Appena scampato il pericolo delle trivellazioni al largo delle Isole è stato pubblicato un bando per la vendita di migliaia di ettari delle isole al fine di utilizzare quei suoli per uno sviluppo turistico alberghiero. Per fortuna quell'asta, viziata probabilmente da refusi formali, è stata rigettata. Ma il problema, specie su scala regionale è tutt'altro che rinviato. Sempre lo scorso anno hanno destato preoccupazione gli smottamenti che si sono verificati a Lesina, in un'area fortemente aggredita da un'edilizia turistica che rischia di compromettere non solo la precaria situazione dei suoli, ma che ha significativamente alterato le condizioni storiche e culturali di un territorio storicamente in bilico tra il mare, il lago e la terra. Ma il problema dell'aggressione alle coste non è circoscritto soltanto al Gargano o alla Provincia di Foggia. Uno studio realizzato da una dottoranda dell'Università del Salento mette in evidenza i danni prodotti dalla forsennata corsa alla realizzazione edilizia ed infrastrutturale dell'intera penisola salentina. Ed è sotto gli occhi di tanti ciò che accade sul litorale fasanese con una progressiva regressione della linea di costa determinata dalla realizzazione di costruzioni spesso destinate a case per le vacanze che tuttavia necessitano di impianti, tubature che incidono in modo pesantissimo sulla coesione di un territorio già molto fragile.
E non c'è soltanto il turismo balneare, ma anche quello d'elite e quello religioso a incidere profondamente sul territorio e sui suoi aspetti culturali. Sempre sul Gargano qualche anno fa si parlava di “far rinascere” un sito come quello di S. Egidio al Pantano, tra S. Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo, attraverso una forma di speculazione turistica legata alla dimensione agrituristica che avrebbe in qualche modo rivalutato un luogo (di origine e storia medievale) grazie ad un indotto letto in chiave turistica (vedi, La valorizzazione del Pantano di S. Egidio e la via Sacra Langobardorum, a cura dell'Assessorato all'Urbanistica del Comune di S. Giovanni Rotondo). Progetto che non è andato a buon fine con il risultato di lasciare in pace, ma anche in abbandono, il sito di S. Egidio al Pantano. Ma ci sono almeno altri due esempi significativi in cui le cose sono andate diversamente. Si parla del Casale, anche questo medievale, di S. Nicola alle porte di Bisceglie e del Monastero di S. Pietro (medievale ma realizzato su strutture ben più antiche) sul Mar Piccolo. In questi due casi ha prevalso l'idea di un restauro parzialmente realizzato da privati, autorizzato dalle Soprintendenze, che hanno trasformato due luoghi ricchi di storia e tradizione in strutture votate alla ricezione turistica. Nel secondo caso si può ben parlare di un turismo esclusivo dal momento che l'antico monastero si è trasformato in un Relais e Centro Benessere che gode di una posizione invidiabile posta com'è sulle lame che digradano sulla parte posteriore del Mar Piccolo. Un paradiso che sembra vivere in una dimensione 'sospesa' rispetto alla città. Eppure tale soluzione sembra aver cancellato o parzialmente alterato i caratteri storici e culturali di questo insediamento. Seppur seguiti dalla Soprintendenza Archeologica e da quella Architettonica, i lavori realizzati in un arco di dieci anni non sono mai stati documentati pubblicamente. Da un'indagine condotta risultano anche difficilmente reperibili le relazioni tecniche che avrebbero dovuto accompagnare tali interventi, sperdute negli archivi forse di Bari o di Lecce. Tutto ciò non aiuta certo a comprendere le vicende storiche, artistiche che hanno profondamente caratterizzato un insediamento come quello di S. Pietro sul Mar Piccolo, dove ancora oggi si possono scorgere pezzi monumentali, come capitelli, epigrafi, 'adagiati' all'ingresso del Resort, nonché altri pezzi che campeggiano in diverse zone dell'impianto. Probabilmente sono questi soltanto alcuni dei pezzi, dei reperti emersi durante i lavori e per i quali mancano conoscenze scientifiche, ma anche semplici indicazioni anche a scopo turistico. Immaginate che le guide del Resort descrivendo il luogo utilizzano in modo più o meno parziale le notizie desunte da un libro edito alcuni decenni fa (G. Pasanisi, S. Pietro sul Mar Piccolo nella storia di Taranto, Viella 1982) molto prima che i lavori fossero intrapresi. Sembra un controsenso: un'operazione che avrebbe avuto l'intento di valorizzare un luogo così che non ritiene di approfondire i caratteri storici e culturali del luogo stesso e ripropone in un contesto nuovo ed esclusivo, notizie poco esclusive e sicuramente datate. E di casi del genere ce ne sono tantissimi, si pensi al Castello di Oria e soprattutto si pensi alla selvaggia politica di insediamenti alberghieri e di ristoranti disseminati lungo la strada che da Andria va a Castel del Monte realizzati con una chiara intenzione di sviluppare un poderoso turismo culturale che faceva capo al castello del 'solito' Federico II e che oggi vivono in alcuni periodi dell'anno e soprattutto non hanno prodotto altro che una cementificazione imponente che oggi 'funziona' soprattutto per la ristorazione, perchè sono pochi i turisti che si fermano per più di un giorno...
E non sarebbe da meno anche il turismo religioso: una vicenda su tutte quella di S. Giovanni Rotondo. Qui il fenomeno di S. Pio ha prodotto negli anni un vero e proprio disastro paesaggistico e culturale. Il fenomeno del pellegrinaggio si è ben presto trasformato in un business che ha 'edificato' una vera e propria città ai piedi del santuario. Una città fatta di alberghi e ristoranti che oggi, a circa dieci anni dalla santificazione del Padre di Pietralcina, pagano il prezzo di una crisi o, meglio di un ritorno alla normalità, che si traduce in un paese quasi fantasma realizzato a latere del più antico agglomerato. Una sorta di Urban Sprawl della religiosità, per cui non si sa bene chi colpevolizzare, mentre appare più che evidente il danno apportato ad un suggestivo territorio garganico. E di dispersione urbana o meglio di cementificazione senza criteri si 'deve' parlare anche a proposito di alcuni piani urbanistici che hanno compromesso il carattere storico e culturale di alcuni paesaggi. Ad esempio l'area industrial/commerciale di Molfetta che ha finito per inglobare spazi, territori ed insediamenti che vantavano un passato di grande rilievo sia in epoca medievale che addirittura romana. E' così che l'insediamento di S. Martino Claps e quello vicino di S. Primo, territori che alcune fonti medievali riportavano essere sorti al posto di un pagus sono stati letteralmente fagocitati da capannoni ed edifici industriali (vedi M. Triggiani, Insediamenti Rurali nel territorio a nord di Bari, Edipuglia 2007). Eppure quell'area originariamente era destinata a sviluppo rurale soltanto che un piano regolatore ha voluta trasformarla in area industriale. Ora gli edifici medievali riescono più o meno a sopravvivere, ma ciò che è definitivamente perduto è l'intrinseco rapporto che essi sviluppavano con un territorio chiaramente destinato alla produzione agricola.
E di questo tipo di problemi sono piene tutte le periferie urbane da Bari ( con i complessi di S. Giorgio Martire, Madia Diana, S. Maria del Deserto, S. Caterina---complessi ipogei) alle già citate aree tarantine e brindisine.

La cattiva tutela e la 'malasalvaguardia' del patrimonio culturale
A leggere la 'Carta di Cracovia- Principi per il restauro e la conservazione del patrimonio costruito' del 2000 emerge uno principio ineluttabile: l'approccio multidisciplinare e coordinato per quel che concerne gli interventi.
Credo che più che fare tanti esempi relativi a lavori ed interventi realizzati in Puglia con esiti spesso negativi valga la pena partire proprio da tale principio. In queste pagine l'intento è stato quello di presentare quanto più possibile e sicuramente in modo non ordinato né esaustivo una quantità di studi, ricerche, lavori scientifici che approcciavano ai problemi della salvaguardia e della tutela da vari punti di vista, ognuno dei quali supportato da discipline differenti. Quindi la multidisciplinarietà sarebbe salva verrebbe da dire. Ciò che invece ancora determina una gestione non adeguata, in alcuni casi disastrosa, è proprio il fatto che tali interventi rimangono spesso isolati tra loro, manca una sorta di coordinamento a volte giustificato dalla mancanza di fondi adeguati da parte delle Soprintendenze, a volte ingiustificato dalla parcellizzazione degli interventi stessi. Altre volte come si è potuto notare vanno incontro ai fondi pubblici, gli interventi dei privati che, tuttavia perseguono interessi propri, spesso non in linea con i principi della salvaguardia e della tutela. E propri qui che nasce il problema un coordinamento che per un  motivo o per un altro non c'è e spesso ignora approcci metodologici e di intervento multidisciplinari determinando danni. Se fosse soltanto un problema legato all'informazione ed allo studio di tali discipline, si potrebbe risolvere chiamando in campo coloro che fanno la Didattica del Restauro, ma a parte le difficoltà in cui versano Università e Istituti specializzati (vedi l'Istituto Centrale del Restauro), la formazione non sarebbe completa senza un'adeguata informazione cittadina prima ancora che accademica. E' quanto auspica Salvatore Settis nel suo 'Paesaggio Costituzione Cemento', ma dalla pubblicazione di quel libro sono passati già due anni, dai suoi messaggi in tal senso è passato ancora più tempo e le cose sembrano ancora lontane dal poter cambiare.















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