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LUCIGNANO (Modugno): STORIA DI UN DOPPIO ABBNDONO

MAURIZIO TRIGGIANI

L'antico insediamento di Lucignano ha un passato importante.
Il nome stesso Lucignano sembra derivare da un prediale romano Lucinius o Lucanius anche se non andrebbe trascurato il collegamento con il gentilizio Licinius riportato per una importante famiglia romana nel II secolo d.C. (Silvestrini 1989, pp. 193-198; Chelotti, Supp.It. 8, n. 3, pp. 35-36)
Di tale antica e importante tradizione il Medioevo rinvigorisce i ricordi facendo di questo insediamento un locus decisamente attivo, ricco di beni stabili. Il riferimento è agli alberi di ulivo ed alle piantagioni di vite, di frantoi e forse anche di animali appartenuti, nell'XI secolo, al presbitero barese Maione che in seguito li passerà ad un suo parente tale Simeon f. Andree di Bari (CDB IV, doc. 13, a. 1015). Gli atti notarili medievali relativi all'insediamento di Lucignano compaiono ancora, nel XII secolo, nelle carte del Codice Diplomatico Barese nelle quali  vineali, uliveti e terreni produttivi appaiono tra le proprietà di alcune famiglie baresi (CDB, V, doc. 53, a. 1108; CDB, I , doc. 39, a. 1118; CDB, V, framm.16, a. 1160; CDB, V, doc. 124, a. 1166; CDB, V, doc. 142, a. 1178).
Oltre che per le proprietà terriere Lucignano è anche menzionato per la presenza di almeno due edifici religiosi una chiesa di S. Felice di Lucignano segnalata nell'XI secolo (CDB, I,  doc. 27, a. 1073) ed una chiesa di S. Pietro di Lucignano riportata un secolo più tardi (CDB, I , doc. 39, a. 1118). Infine una serie di documenti trecenteschi riportano ancora il toponimo di Lucignano, facendo riferimento ai suoi beni immobili consistenti negli uliveti (CDB, II, doc. 51, a. 1301), alla presenza di una chiesa intitolata a S. Simeone in loco Luciniano e ad una cisterna (CDB XV, doc. 4, a. 1311).
Tale indicazione sottolinea l'esistenza di strutture ipogeiche che caratterizzavano l'intera area relativa a questo insediamento. Successivamente, nel 1475, la località venne identificata con il toponimo "Due Torri", indicazione presente sino al catasto onciario del 1753 quando l'intera proprietà apparteneva a Domenico Gironda, anch'egli discendente da una antica e nobile famiglia barese. In seguito, sino ad oggi, l'insediamento è conosciuto come "Masseria Madia Diana" dal nome dei suoi proprietari in età moderna che qui probabilmente realizzarono le strutture massariali ancor oggi visibili.
Edifici che si sviluppavano intorno alla chiesetta, con ogni probabilità si tratta della chiesa intitolata a S. Felice, dalla tipica pianta a croce contratta sormontata da una cupoletta e protetta, sul lato occidentale, da una torre anch'essa di impianto medievale. In età recente (tra fine '800 e inizi '900) la chiesetta è stata decorata con intonaci affrescati all'interno e da due monofore goticheggianti che rimandano ad un gusto revival tipico di quel periodo.
Tutto l'insediamento attualmente sorge in un'area assai particolare, alle porte della città di Bari, lungo l'asse che collega il capoluogo a Modugno in una zona che, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ebbe un importante sviluppo commerciale. Fu così che la masseria e tutte le sue pertinenze vennero inglobate all'interno di un'area industriale.
Qui sorge già un piccolo dubbio: da una visura catastale realizzata nel 2008, le particelle relative a questo insediamento riportavano ancora le destinazioni dei terreni indicati come 'frutteto', 'mandorleto', 'seminativo arboreo', 'vigneto', oltre naturalmente alle particelle relative alla masseria che la indicavano come 'fabbricato rurale'. Ebbene negli anni compresi tra il 1990 ed il 2006 tutta quest'area venne assoggettata allo Stabilimento ALCO Palmera di proprietà di Alco S.p.a. con sede ad Olbia. Sempre dalla visura catastale si accerta che tutti i terreni interessati all'antico insediamento ed in quegli anni destinati ad 'ospitare' i capannoni industriali subirono un cambio di destinazione d'uso possibile grazie a variazioni richieste in data 25 febbraio 1982 ed acquisite agli atti in data 25 marzo 1992. Insomma un'operazione che, benché appaia realizzata nel rispetto delle leggi, inevitabilmente finiva per svilire l'importanza di un sito che sin dall'età medievale, aveva costituito un insediamento prettamente agricolo.
Tutto ciò, peraltro, non era che il primo dei cosiddetti 'abbandoni' dell'insediamento di Lucignano.
Circondata dai capannoni industriali della ditta di inscatolamento di Tonno, la masseria e le sue strutture più antiche per anni rappresentarono una piccola e circoscritta testimonianza di un'epoca che ormai aveva lasciato il passo allo sviluppo moderno ed industriale che ne aveva rispettato almeno le fabbriche, ma che di certo le aveva decontestualizzate.
Le vicende, tuttavia, dovevano ancora complicarsi e, per certi versi, inasprirsi. Nell'estate del 2006 la ditta Alco di Bari dichiara il proprio fallimento, gli operai mandati a casa, la proprietà dismessa, frazionata e venduta.
Da quel momento la masseria Madia Diana subì il secondo 'abbandono', non più soltanto ricordo di un'età passata, ma anche simbolo di un fallimento contemporaneo. E che dire delle sue pertinenze, smembrate e vendute in modo separato? Negli ultimi anni la 'fabbrica' rurale è stata acquistata dalla società Stabilimento s.r.l di Bari in attesa di farci non si sa cosa e soprattutto con quali fondi giace entro il perimetro più o meno recintato dell'ex stabilimento Alco in un'area come quella compresa tra Bari e Modugno che mantiene ancora la propria fisionomia di zona industriale, ma assume sempre più l'aspetto di una sorta di periferia cittadina. Le notizie più recenti parlano di una probabile destinazione di una palazzina dell'ex impianto industriale un centro di Telecontrollo di rete del gas. Iniziativa promossa dalle imprese  'Ing. Orfeo Mazzitelli' e  'Linkem s.p.a.' e riportata in un comunicato stampa della Regione Puglia datato al 4 giugno 2009.
E non è finita qui! Riportando le notizie documentarie si è fatto cenno alla presenza di strutture ipogeiche. Questa area appartiene ad un contesto geomorfologico di estrema importanza si va ad ubicare nel mezzo della ramificazione della Lamasinata, in un ambiente territoriale ed idrogeologico di grande suggestione, ma purtroppo notevolmente violentato dalla cementificazione. Le strutture ipogeiche indicate a proposito della Masseria Madia Diana, per la verità, fanno parte di un complesso sotterraneo assai vasto che dalla suddetta masseria si dirama verso la vicina masseria Palumbo Gambetta oltrepassando l'asse viario della Strada Statale 96. Tali locali sono riportati nel sito pugliese dell'ICCD e corredati da una serie di immagini che non fanno che attestare il loro stato di degrado ed abbandono.
In tutto questo esiste almeno un aspetto positivo ed uno paradossale. Cominciamo dal paradosso: i lavoratori dello stabilimento Alco Palmera sino al 2007 avevano costituito un consorzio per le loro rivendicazioni sindacali, quel consorzio aveva recuperato il nome di 'Consorzio Madia Diana', giusto perché spesso la storia viene recuperata dagli operai. Infine la notizia positiva: sia la Masseria Madia Diana che la Masseria Gambetta sono state inserite nell'elenco degli edifici vincolati dalla Soprintendenza della Regione Puglia. Una piccola speranza, dunque, che, almeno, nelle carte tali testimonianze continuino a sopravvivere nell'attesa di tempi migliori











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