Lama Fullonese Grottaglie - Puglia In-Difesa

Vai ai contenuti

Menu principale:

Lama Fullonese Grottaglie

Articoli

IL FULLONESE
Valentina Chianura, Silvia Caliandro

Con il termine di civiltà rupestre, s'intende l’insieme delle complesse e differenti realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare.
La genesi storica di tali insediamenti ha un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera “calcarenite” di lame e gravine.
È proprio questo tipo di roccia tufacea, di origine friabile, (roccia sedimentaria organogena costituita da elementi frammentari di fossili di gusci di molluschi e crostacei, a granulometria grossolana, di colore giallognolo), che consentì al popolo Ebreo (colonia probabilmente sfuggita alla distruzione di Oria del 977), esperti conciapelli, o “Fullari” abili lavoratori di lana, di poter raccogliere acqua piovana in enormi cisterne in cui confluivano tantissimi canaletti (con profondità all’incirca di 30-40 cm) lisci o a cascatella (che consentivano la purificazione e dunque favorivano la potabilità dell’acqua).
L’acqua piovana raccolta e mai sprecata, era considerata un bene prezioso tanto che era definita “acqua benedetta dal cielo" . Nella valletta stessa, si raccolgono tali acque che scendono dalle soprastanti colline e uscendo dalla frattura montuosa, proseguono per circa settecento metri in pianura, in un letto scavato nell’argilla. Sui fianchi e a diverse altezze si aprono alcune grotte le quali per la forma e l’uso, che ne fecero gli abitanti, rappresentano tante epoche distinte e inconfondibili. Per questo dunque, il “cisternone del Fullonese” rappresenta l’elemento più importante di un complesso sistema idraulico, per la raccolta, e la conservazione dell’acqua, a sezione trapezoidale sia longitudinalmente sia trasversalmente (altezza 8.50 metri, con larghezza alla base di 8,80 metri ed una lunghezza di circa 14 metri, per una capacità utile di circa 490 metri cubi).
La base della cisterna, a pianta rettangolare, presenta un'inclinazione del 3% circa, dove era presente un’apertura nella quale si collocava una fontana che permetteva la pulizia e il controllo periodico all’interno del serbatoio. Di queste grandi opere costruite dagli stessi abitanti, se ne ritrovano altre, sparse nel territorio, con grandezza in parte simile, ma con forma diversa.
Tale gravina presenta un’antropizzazione molto antica, risalente circa al 1500, quando Monsignor. L. Brancaccio fece costruire ponti a doppia arcata, facilitando la raccolta dell’acqua da ogni parte d’accesso, scalinate e passaggi per consentire il transito degli abitanti da una zona della gravina all’altra (specialmente dalla chiesa più antica a quella più grande e moderna crollata nel 1933 per effetto di grandi piogge che si sono infiltrate nella bancata rocciosa destabilizzando tutta la parte anteriore).
Oltre alla presenza di suoli fertili nelle vicinanze e alla conseguente formazione degli insediamenti umani, contribuì molto alla modifica del territorio circostante anche il microclima favorevole delle gravine. È probabile anche, che da tale presenza Ebraica derivi il nome della gravina dal latino “fullo”, ossia tintore. Storicamente (all'inizio degli anni '70 del '900), si pensava che le grotte fossero state rioccupate per lo più da monaci ed eremiti di origine bizantina, in fuga dalla loro terra di origine in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell' VIII - IX secolo, che dettero vita a comunità monastiche di rito Greco completamente slegate dalla vita civile del territorio che li ospitava. L’ex convento dei Cappuccini che domina la gravina del Fullonese divenne residenza dei monaci stessi nel 1546. In seguito alla soppressione napoleonica del 1809 il convento divenne proprietà del Comune di Grottaglie nel 1867; che lo adibì prima a convitto e poi a mendicomio.
Particolare importanza riveste il fenomeno rupestre nel periodo medievale, con due distinti periodi di massimo sviluppo: il primo si colloca nella prima metà del X secolo, durante la seconda colonizzazione bizantina; il secondo tra la fine del XI e il XIII secolo, durante il periodo Normanno e Svevo. Il villaggio rupestre è stato infatti abitato almeno fino al XIII secolo, quando gli abitanti degli altri casali rupestri si trasferirono, per ragioni difensive, nel centro urbano di Grottaglie. Il villaggio comprendeva, oltre a numerose grotte - abitazione disposte su più livelli, tre chiese rupestri: quella dei Santi Pietro e Paolo, quella del Crocifisso e quella di Santa Maria in Campitelli; tutte circondate da specie rare ed endemiche di vegetazione che costituiscono vere singolarità della gavina stessa. L'eccezionale diversificazione nelle presenze vegetali, si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d'acqua).

Ai piedi del Monte Fellone sorge in direzione Sud-Ovest,da levante a ponente , con corso tortuoso, la “Lama del Fullonese” frazione del comune di Grottaglie (distante 10 km), confinante a Est con Monte Scotano nel territorio di Ceglie Messapica, e si continua a estendere, serpeggiando da Oriente a Occidente e a Mezzogiorno, in una zona profonda per mezzo di canali scavati dalla forza delle acque che discendono dai colli. La gravina del Fullonese, detta volgarmente “Foronese” o “S.Pietro dei Giudei” , lunga quasi un chilometro (800metri circa) e profonda in alcune parti anche 40 metri, venne definita da vari scrittori ora “amena e pittoresca”, ora “luogo aspro e selvaggio”.
La località in esame, al tempo dei primi abitanti, non ebbe un nome specifico: faceva parte di un certo numero di lame vicine, le cui grotte erano chiamate generalmente “criptae aliae”. Nel linguaggio dialettale, non vi era neanche la distinzione tra i termini “lama” e “gravina” distinti tra loro in quanto il primo termine sta ad indicare una depressione più larga che profonda ( ha un profilo a “U” schiacciato, perché i torrenti, avendo una portata limitata d’acqua, tendevano a espandersi), a differenza della gravina che presenta una dimensione più pronunciata che verticale (ha un profilo a “V”, perché i corsi d’acqua, con la loro possente portata, hanno subito scavato il fondo).
Dunque, la “lama del Fullonese”, ricca di grotte scavate nella roccia, (adesso destabilizzate soprattutto nella parte anteriore), arricchita dalla natura con molti alberi, ha visto la presenza dell’uomo dall’età del bronzo fino al XIII secolo (circa), venendo così a formare propriamente un popolo che diede origine al così detto “villaggio capannicolo” nel cui territorio si notano i fori per posizionare i pali per sorreggere le capanne ed i canali in cui scorrevano la acque che si convogliavano nelle cisterne a valle. Essa, però, in seguito all’incuria e al disprezzo delle proprie memorie storiche, risulta oggi molto compromessa specie nella parte superiore letteralmente soffocata dall’espansione dell’edilizia urbana, spintasi fino al ciglio del vallone. Uno dei suoi rami, infatti, conduceva ad un piccolo Eremo (vecchia chiesa di Santa Maria in Campitelli) che oggi risulta inglobato in uno degli isolati moderni che hanno invaso l’area subito a ridosso della gravina. Conserva comunque numerose testimonianze archeologiche, tra le quali va ricordata la chiesa-cripta del SS. Pietro e Paolo con un calvario scolpito ormai quasi completamente vandalizzato. Padrona ormai assoluta di questi scenari storici è la natura (con prevalenze di macchia mediterranea) che impossessatasi della maggior parte delle opere, fa da scenario incantevole al territorio con i suoi grandi arbusti di carrube, corbezzolo, piante di rosmarino, timo, ginestre ecc. In primavera, chi si affaccia dal margine del “Burrone”, non può non rimanere colpito dalla bellezza di questo paesaggio.
Vera chiesa-cripta dei SS. Pietro e Paolo
Sul fianco destro della lama del Fullonese e propriamente in direzione dell’attuale ospizio di mendicità, nel calcare tufaceo si apre l’antica chiesa – cripta, dedicata ai S.S. Apostoli Pietro e Paolo, unica nel suo genere, ma esigua e piccola per il via vai dei pellegrini. Di questa, pochi residui architettonici sono ora visibili, ma comunque si può risalire alla data di costruzione avvenuta tra il VI-VII secolo di rito latino. La chiesa riprende tutti gli elementi propri delle basiliche cristiane primitive, con un insieme di ambienti, ciascuno destinato ad una funzione liturgica: l’atrio, il nartece, la navata e i pasthoporia (utilizzata fino al VI secolo per le diverse funzioni religiose e per il mantenimento della prothesis- diakonikon ossia il vano delle offerte). La navata è a base rettangolare di metri 2x2.50; la volta a botte, inizia leggermente più all’interno, e si conclude sulla parete di fondo, dove sorge l’altare in pietra nuda e non consacrato a forma di “Crux Commisa”.
Su di esso vi è l’immagine del Crocifisso, da un lato la “B.M. Vergine e altre sante e dall’altro poi le immagini di S. Giovanni Evangelista , S. Paolo e S. Leonardo”. L’affresco poi ha una particolarità: sulla croce immissa dipinta alla parete manca il Salvatore, dove é rappresentata solo la “Crux nuda” come segno distintivo del sacrificio del figlio di Dio. Tutte queste decorazioni sono andate perdute, con la corrosione degli agenti atmosferici e tale chiesa è rimasta abbandonata in seguito alla costruzione della chiesa- cripta maggiore che per molti secoli è stata scambiata per la vera ed unica chiesa presente nel Fullonese dedicata ai SS. Pietro e Paolo.
La chiesa-cripta del Monte Calvario
Nella gravina del Fullonese, dopo la realizzazione di ponti e passaggi per i pellegrini, a 200 metri sul lato destro della chiesa - Cripta più piccola, troviamo un’altra chiesa rupestre a forma di grotta, aperta e accessibile agli uomini e alle bestie, che si compone di una navata rettangolare di circa 10x6 metri ed alta almeno 10 metri e si conclude con una cripta interna costituita da due piccoli vani comunicanti, di forma quadrangolare. Il loro ampio ingresso mostra subito, l’altare lapide (di circa un metro d’altezza, con forma a urna che risale al XVI secolo circa, rispettando i canoni di costruzione stabiliti dal Concilio di Trento), addossato sul muro semi circolare di fondo del secondo ambiente. Tale chiesa venne definita del “Calvario”, proprio per la presenza di un monte Calvario, alla sommità del quale si elevano tre croci, Cristo in mezzo ai ladroni. Ai piedi della Croce vi erano la Madonna e S. Giovanni Evangelista, come risulta dalla fotografia eseguita nell’anno 1903, tutte mutilate dall’incosciente vandalismo degli scolari o dallo stupido e pretenzioso ateismo. La decorazione iconografica, infatti, dimostra di essere stata di stile Bizantino, soprattutto il crocifisso isolato dell’altare, che risente la pratica occidentale di quel tempo. Un altro elemento importante per stabilire l’epoca della sua fondazione è il vestibolo. Nel vano più vicino al presbitero, in alto a destra, si può notare una croce scalfita sulla parete con tutti i vari elementi della passione di Cristo. Il locale doveva servire al doppio uso: ad accogliere i catecumeni e i penitenti nel momento in cui la comunità Cristiana stava per assistere alla “Missa Fidelium” e seppellire i defunti. A tal proposito, infatti, fu scavata la tomba del vescovo. Sul lato destro, accanto all’antica chiesa, vi è la casa dei pellegrini, che comprende tre camere indipendenti che comunicano tra loro per mezzo di un corridoio che termina a ovest con una porta sulla valle e a est con un’altra che si affaccia proprio in questa chiesa. A due metri dal pavimento, infatti, è ancora visibile una loggetta di pietra a mo’ di pulpito che permetteva ai pellegrini di assistere agli uffizi divini: era l’antico portico per i catecumeni. Le camere dell’hospitium per viandanti forestieri e la chiesa erano illuminate da finestre quadrate aperte sulla lama. All’interno di questa chiesa i fedeli celebravano anche la festa delle trombe d' importazione ebraica radunandosi il 29 giugno di ogni anno. In seguito, la festa in onore dei due Santi si celebrò in città e la chiesa fu completamente abbandonata. L’umidità, e le abbondanti piogge contribuirono notevolmente alla distruzione di gran parte della stessa, che però resse in discrete condizioni fino al 1933 quando cadde gran parte della volta.

Torna ai contenuti | Torna al menu