Il colosso di Barletta - Puglia In-Difesa

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Il colosso di Barletta

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Note a margine di un incontro di studio
Luisa Derosa

“Nel mezo della piazza di questo nobilissimo Castello vi è una grande statua di metallo, dieci piedi alta, che rappresenta un Re armato, quale è, secondo i Barolitani, la effigie di Eraclio imperatore. Et più oltra non sanno dire, come la fosse quivi posta…”, così, nel 1550 il padre domenicano Leandro Alberti descrive la statua bronzea raffigurante un imperatore in abito militare, collocata lungo la fiancata settentrionale della chiesa del Santo Sepolcro a Barletta, conosciuta con il nome di Eraclio. Simbolo e memoria della storia della città, da sempre luogo d’incontro e di sosta per i barlettani che numerosi affollano lo spazio circostante, il Colosso domina lo spazio circostante con la sua espressione accigliata e severa.
La statua fu fusa in più parti. Rifatte appaiono le mani, parte dell’avambraccio sinistro e del braccio destro ed ambedue le gambe  appena sotto la tunica che appaiono sproporzionate rispetto al corpo, conferendole un aspetto un po’ sgraziato.
L’imperatore indossa una doppia tunica e, al di sopra, la corazza (lorica) terminante con frange (ptéryges)  di cuoio applicate con ganci mascherati da grosse borchie,  decorate con gorgonia alate e perle a goccia.  Il cingulum annodato all’altezza della vita ha i lembi fermati da un doppio risvolto. Il mantello (paludamentum) era retto sulla spalla con una fibbia oggi perduta. Girato sulla spalla sinistra e poi dietro il braccio ricade  con un effetto di morbidezza bilanciando “otticamente …il movimento generato dalla mano destra alzata”. Il volto appare con  tratti molto marcati. Leggermente girato verso sinistra è decorato da uno splendido diadema di forma circolare ornato da due file di perle con 17 gemme. Al centro è una grande placca d’oro, circolare nella zona superiore e quadrata in quella inferiore, con pietre preziose incastonate. Dietro ciascun orecchio scendevano due pendenti (oggi resta solo quello  dietro l’orecchio sinistro) terminanti con perle a goccia.

Su questa straordinaria opera, alta oltre 5 metri, che in vecchie foto d’epoca appariva dinanzi al Sedile del Popolo (poi abbattuto), già a partire dall’età antica si sono dette e scritte molte cose. A cominciare dal suo primo «biografo», il gesuita Giovanni Paolo Grimaldi, che costruisce intorno alla statua una serie di false notizie, basate su «un’antica tradizione», ovvero un epigramma di 22 versi fortuitamente ritrovato tra antiche notizie d’Archivio e a cui tutti coloro che si sono occupati dell’argomento hanno più o meno dato credito. Secondo questa tradizione sarebbero stati i Veneziani a prelevare da Costantinopoli la statua, modellata da un tale Polifobo, abbandonandola poi sulle coste pugliesi per un naufragio.
La presenza di un’opera bronzea  di tali dimensioni straordinariamente preservatasi nel tempo ha contribuito ad aumentare l’alone di mistero che circonda da sempre il manufatto rendendolo, di fatto, un problema artistico insoluto.
Il primo documento in cui si menziona la statua è un editto di Carlo d’Angiò del 1309 con il quale il sovrano, ordina ai secretis magistris portulanis et procuratoribus…di cedere ai domenicani di Manfredonia, la ymaginem  de metallo existentem in dohana Baruli de qua dictis fratribus in subsidium campanae et loci quem  construunt.
Se l’ordine fu eseguito è plausibile che vennero prelevate solo le gambe, le mani e parte degli avambracci dal momento che erano le parti più semplici da asportare per essere fuse. La conferma indiretta si avrebbe dal famoso epigramma citato dal Grimaldi in cui un certo Albanus Fabius qui rite peritus in arte /crura, manusque, pedes optat utrinque faber.
Poche informazioni aggiungono altre testimonianze antiche. Tra queste importante è la prima  menzione in ordine di tempo ad opera di Giovanni Villani che nelle Istorie fiorentine  identificandolo con il duca longobardo Arechi riferisce « E la statua di metallo, che è in Barletta, in Puglia, fece fare a sua similitudine al tempo che regnava in gloria mondana».  
Lo stesso Padre Grimaldi assegnava al 1491 la data di trasferimento della statua davanti al Sedile del Popolo, che sappiamo invece risalire agli anni ’40 del XV secolo grazie ad un documento di re Alfonso D’Aragona del 13 dicembre del 1442 in cui si concede un giorno di libero mercato in loco di Aracho, concessione riconfermata ed ampliata ad un secondo giorno da Ferrante I, il 21 settembre 1481.
La nuova collocazione dinanzi al Sedile fece parte di una riqualificazione architettonica-urbanistica dello spazio dinanzi alla fiancata laterale della chiesa ma contribuì anche a caricare di nuove e molteplici valenze simboliche il manufatto.  All’interno dell’edificio, dedicato al Santo Sepolcro e  gestito da una comunità di canonici con annesso un ospedale, si conservava, infatti, una reliquia della vera Croce. Eraclio, campione della fede per avere sconfitto i Persiani di Cosroe ed avere  recuperato la croce del Golgota, figura esemplare e mito dell’oriente cristiano nella propaganda crociata, diveniva l’elemento che legava i due edifici. Ma non solo, la sua collocazione dinanzi al Sedile, luogo del governo civico esercitato dal popolo consolare, dove, ad esempio, si amministrava la giustizia civile (la cosidetta “grascia”)  gli conferiva il valore di simbolo della giustizia. Come in altri luoghi della Puglia, e non solo,  dove tra XV e XVI secolo, nei piani di interventi pubblici nelle città, consistenti essenzialmente nella costruzione di edifici destinati ai nuovi organi del governo civico, furono introdotti come elementi di arredo antichi manufatti che divenivano simboli dell’esercizio della giustizia.
Indubbiamente il trasferimento della statua ed il rifacimento delle mani e delle gambe fu contemporaneo alla costruzione del sedile stesso. Lo dimostra la stessa forma del portico, con la grande arcata che incornicia la statua e le due aperture laterali pensate in funzione della sistemazione del colosso, peraltro ancorato con un perno al retrostante edificio. Verosimilmente la statua doveva costituire il fulcro della piazza destinata al mercato, diversamente da come oggi appare.

Gli studi sul Colosso fino ad oggi sono tutti essenzialmente basati sull’analisi iconografica. da Valentiniano I o III a Costantino, a Teodosio il Grande, a Marciano, ad Onorio, Leone, Zenone il colosso di Barletta non ha ancora trovato una vera e propria identità  e l’unica certa permane quella attribuitagli  dalla tradizione e delle leggende locali, che alcuni storici cittadini ancora difendono.
Fortemente caratterizzato nei tratti fisiognomici, dinamico e possente, esso appare manifestazione diretta ed evidente del potere imperiale. Il suo stesso gigantismo richiama il potere da lui incarnato.
L’occasione che oggi si presenta di un nuovo intervento di manutenzione potrebbe aiutare a risolvere qualcuno dei suoi misteri, grazie anche al contributo di specialisti di molte discipline che il 7 ottobre si incontreranno a Barletta per discutere, alla luce di nuove acquisizioni critiche, non solo del passato ma anche del futuro di quest’opera.  





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