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Cripta Santi Stefani a Vaste

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LA CRIPTA DEI SANTI STEFANI A VASTE: STATO DI CONSERVAZIONE ATTRAVERSO ALCUNE INDAGINI DIAGNOSTICHE.

VALENTINA TERLIZZI

La cripta dei Santi Stefani di Vaste è situata a circa un chilometro e mezzo dall'attuale centro abitato, lungo una strada che porta alla Serra di Poggiardo.
La cripta, ricavata nel tufo, presenta in facciata tre ingressi ad arco (fig. 1), ha forma basilicale con tre navate absidate, divise mediante due file di pilastri quadrangolari. L'assenza di altari nel bema si deve probabilmente all'uso improprio che si fece di questi ambienti fino agli anni '50, utilizzati anche come deposito di tabacco. Nei pilastri si riscontra infatti la presenza di fori che servivano per inserire i pali utili all'essiccazione (fig. 2): "caduta nelle mani di un prete ignorante, fu convertita in stanza destinata al disseccamento del tabacco nei mesi estivi, come deposito di legna da ardere e arnesi rurali nel resto dell'anno" (De Giorgi). L'incuria e il vandalismo hanno causato la perdita totale di porzioni di affreschi; interventi non del tutto rispettosi, come l'abbassamento del piano di calpestio e la perdita del portico antistante, ne hanno falsato la lettura originaria. Sebbene le attuali condizioni degli affreschi della chiesa di Vaste non ne consentano una agile lettura, gli studi storico artistici degli ultimi trent'anni, hanno portato all'individuazione delle campagne pittoriche succedutesi nel tempo nella cripta dei SS. Stefani.
Nell'abside sinistra (fig. 3) sono raffigurate su uno sfondo tripartito tre figure stanti, identificate come San Basilio, San Nicola e San Giovanni Crisostomo (l'iscrizione in greco accanto ai loro nimbi ne dichiara i nomi). I santi indossano tuniche chiare, manti dai colori più intensi e omophorion crocesegnato; con la mano destra reggono codici dalle coperte gemmate. L'affresco conservato nell'abside centrale (fig. 4) tramanda un episodio tratto dall'Apocalisse di Giovanni. Nella conca absidale sono raffigurati la Vergine orante dal nimbo stellato e Giovanni Evangelista che regge un cartiglio sul quale erano riportati alcuni versi ormai poco visibili. Sul lato destro sono ritratti i donatori e, ancora una volta, una iscrizione in greco tramanda i nomi dei personaggi, Antonio e Maria Douletzeas, le figlie Maria e Caterina e la data di esecuzione dell'affresco, 1376. La parte bassa è decorata con motivi aniconici, rombi e grandi girali di foglie. Nell'arco absidale è invece raffigurato il profeta Zaccaria. In alcuni punti il distacco dell'intonaco ha fatto emergere lo strato di pitture sottostante. Cristo benedicente fra due arcangeli in adorazione campeggia nell'abside destra (fig. 5), su uno sfondo tripartito. Lo studioso Cosimo De Giorgi, nel 1886, lesse nell'abside la data di esecuzione dell'affresco; secondo la sua testimonianza, esso risalirebbe al 1032. Un decoro di girali su fondo bianco che incornicia la conca absidale è interrotto da uno strato di intonaco successivo sul quale sono stati realizzati dei fiori rossi inscritti in cerchi. Degno di nota per l'alta qualità pittorica è anche l'affresco realizzato nella nicchia sinistra del bema raffigurante l'arcangelo Michele (fig. 6). Nella prima nicchia della navata destra, ancora su una parete palinsesto, è raffigurata la Vergine con il Bambino incorniciata da tre bande di colore giallo, bianco e blu. Lo stile dell'affresco ricorda opere locali datate fra la fine dell'XIII e l'inizio del XIV secolo (C.D.Fonseca). I pochi lacerti visibili dello strato sottostante fanno intravedere la coda di un cavallo e tracce di un animale, probabilmente era raffigurata la scena di San Giorgio e il drago.
Le fattezze della donatrice Donata, posta ai piedi di Santa Caterina nel pannello votivo realizzato sul pilastro della navata destra che separa la prima campata dalla seconda, ricordano quelle dei committenti raffigurati nell'abside centrale e di "Stefano", committente del Sant'Antonio abate, affrescato nella navata centrale.
Santa Caterina, vestita con abiti regali e con il capo cinto da una corona, regge i suoi segni iconografici: la palma, simbolo del martirio, nella mano destra e la ruota dentata nella sinistra (G.Rella).
Gli strati pittorici più antichi sono stati realizzati fra il X e l'XI. A questi è seguita una seconda campagna pittorica nel XIV secolo che si è in parte sovrapposta alla prima. Altri riquadri votivi, come il San Pietro, sono stati eseguiti solo nel XVI secolo (M.F.Castelfranchi).
Le pitture sono state analizzate mediante spettroscopia Raman, tecnica che ha fornito informazioni molecolari sugli strati pittorici della cripta, consentendo di identificare pigmenti originari e ridipinture successive.
Il pigmento blu è senza dubbio il colore che meglio evidenzia i passaggi temporali degli affreschi di Vaste; è stata, difatti, riscontrata la presenza di tre differenti pigmenti, due appartenenti alla stesura originaria degli affreschi e uno invece di restauro. L'indaco è per certo uno dei pigmenti originari. La sua presenza è stata rilevata nel catino absidale sinistro, i cui affreschi sono datati all'XI secolo e nell'antico strato di intonaco steso sul pilastro della navata destra che separa la prima campata dalla seconda. Questo pigmento potrebbe avere una doppia provenienza, infatti, l'indaco naturale, estratto fin dall'antichità da varie piante indigofere, arrivava dall'Oriente sotto forma di cubetti pressati o anche in pasta, mentre, l'indaco più scadente e impuro
si ricavava fin dall'epoca romana dal guado (Isatis tinctoria), pianta diffusa sui nostri territori. Questa pianta indigena intensamente coltivata in Europa per tutto il Medio Evo per il grande uso che se ne faceva in tintura e pittura è citata nel Capitulare de villis ed è menzionata come pigmento nel Mappae Clavicola.
Si hanno tracce anche di un altro blu nell'affresco, datato al XIV secolo, raffigurante Santa Caterina. L'analisi Raman ha permesso di identificare questo pigmento come azzurrite (fig.7). L'azzurro d'Alemagna, così era chiamato questo pigmento nel Medioevo, è costituito da un carbonato basico di rame. Esso ha una stabilità moderata nelle pitture per la sua tendenza a trasformarsi in carbonato basico verde, ciò spiega perché in molte pitture murali del Medioevo certe campiture originariamente azzurre siano virate, con il tempo, al verde. L'azzurrite, nel nostro caso di studio, è stesa a secco su uno strato scuro composto di nero carbone e calcite probabilmente realizzato per ottenere una maggiore intensità del colore azzurro chiaro.
Il terzo pigmento blu, usato per colmare le lacune presenti nello strato pittorico di questo affresco è un blu di ftalocianina, pigmento sintetico, impiegato solo a partire dal 1936. È dunque evidente che si tratta di un prodotto utilizzato in qualche ridipintura moderna o in un vecchio restauro.
Talvolta la percezione del blu è solo suggerita. In alcuni brani pittorici che fanno da sfondo alle immagini iconiche, questo colore è stato ottenuto mescolando piccoli frammenti di carbone con calcite, terra rossa e litargirio. É da sottolineare che la presenza del "falso blu" è stata ormai accertata anche in altre realtà artistiche medievali (A. Cagnana).
L'analisi dei pigmenti rossi ha permesso di provare l'utilizzo, nei differenti secoli, di terra rossa. Il suo impiego in pittura è sempre stato molto ampio essendo uno dei pigmenti naturali più diffuso; è costituito da ossido di ferro con aggiunta di argilla e silice.
Lo sfondo dell'abside destra appariva ad occhio nudo di colore grigio-nero, mentre, ad un'attenta analisi, sotto la patina scura di degrado superficiale, risulta essere di colore rosso (fig.8).
Il colore giallo dell'abside centrale, i cui affreschi furono realizzati nel XIV secolo, è dato dalla miscela di massicot, terra rossa e calcite. Anche nel caso del pigmento giallo si è identificato il colore impiegato, in tempi moderni, per colmare le lacune dello strato pittorico, si tratta di un giallo di cromo, pigmento sintetico in uso dal 1804.
Lo stato di degrado di molti affreschi della cripta di Vaste, causato dall'alto tasso di umidità, dai depositi di fumo e dall'uso improprio subito da questi ambienti per lungo tempo, non ha consentito una agile lettura dei colori impiegati dagli artisti nella cripta di Vaste.
Come è noto, i prodotti inquinanti, prevalentemente anidride carbonica, anidride solforosa, ossidi di azoto e idrocarburi accelerano il processo di degrado delle superfici, in quanto in presenza di acqua o in ambienti umidi danno origine ad acidi. Gli effetti a loro imputabili sono le reazioni di dissoluzione del carbonato di calcio dell'intonaco che vengono notevolmente favorite ed accelerate. L'acido solforico dà luogo alla formazione, per reazione con il carbonato di calcio, di solfato di calcio biidrato, il cui cristallo ha un volume superiore a quello del carbonato. Il gesso forma sugli affreschi una vera e propria patina bianca (fig.9). La presenza di acqua nella parete Nord-Ovest della cripta dovuta alla falda freatica, ha favorito non solo la fioritura di sali ma anche di fitozoi (fig.10). L'umidità e l'illuminazione naturale hanno difatti agevolato la formazione di alghe e licheni. Alcune specie hanno attivato il loro ciclo metabolico sfruttando lo strato calcareo al di sotto del film pittorico, procurando, con la conseguente rarefazione del supporto, la caduta di grosse porzioni di pittura. I licheni hanno distrutto il substrato pittorico nella zona di allignamento. la produzione di acidi inorganici e organici è uno dei principali processi di biodeterioramento chimico.
Nel caso della cripta di SS. Stefani, gli acidi inorganici (solforico e nitrico) hanno la capacità di reagire direttamente con le molecole del substrato dando origine alla formazione di prodotti di reazione che sono per lo più sali solubili.
Le analisi diagnostiche eseguite sulle pitture murarie di Vaste hanno portato a due risultati importanti. Il primo è dato dalla ricomposizione della tavolozza pittorica adottata dalla maestranze nell'ampio arco temporale di circa tre secoli (XI-XIV). La successione cronologica, scandita dalla presenza di numerosi strati pittorici e dalle variazioni stilistiche, è ora arricchita da nuovi elementi. Il secondo è dato dall'analisi delle fluorescenze e degli elementi di degrado degli affreschi che ha consentito l'identificazione dei fattori di indebolimento degli strati pittorici, provocato dalla presenza di colonie di licheni e di muffa formatesi a causa dell'alta percentuale di umidità relativa presente in questi ambienti rupestri.

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