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DIFESA GRANDE BRUCIA: LA STORIA DEL TERRITORIO VA IN FIAMME
di Francesco Mastromatteo


“Al calar de sole, […] prendemmo la via verso Gravina. Fattasi notte, le tenebre ci avvolsero a tal punto da poterci appena vedere l’un l’altro, se non guidando noi stessi con le parole. Così potemmo tenere la retta via dei carri, per quanto tuttavia durò la selva. Quando giungemmo sull’altopiano delle Murge attraverso un itinerario inusuale, smarrimmo la via a cause delle tenebre”. La descrizione del tragitto compiuto da Domenico da Gravina e i suoi da Andria a Gravina sul far della sera, attraversando le Murge, tratta dal Chronicon del notaio, ci dà un’immagine inedita del territorio, che oggi siamo abituati a concepire come brullo e arido, quasi completamente spoglio di vegetazione Siamo abituati a immaginare la Murgia come brulla, priva di verde per “vocazione”, e invece a essere spoglia, di conoscenza e coscienza, è la nostra società odierna, immemore della ricchezza naturale e paesaggistica del luogo dove abita.

Federico II di Svevia decise di costruire a Gravina un “parco per l’uccellagione”, individuando nelle sue selve il luogo ideale per i suoi “solacia”, caccia con il falcone in primis. Della foresta gravinese parlano in abbondanza le fonti angioine, che riportano le raccomandazioni della Corona, che affida ai custodi del castello locale anche la sorveglianza dei boschi, perché nessuno osi tagliarvi legname, condurvi animali al pascolo o cacciarvi la selvaggina, costituita da caprioli, cervi e daini; una storia che nei secoli ha raccontato di dispute tra signori e plebei, demanio e consuetudini locali, prerogative regie ed usi civici.  

Mentre scriviamo, è ancora acre il fumo dell'incendio che ha divorato Difesa Grande, il bosco di Gravina, la più grande superficie verde naturale della provincia di Bari. Le fiamme non sono ancora un ricordo e c'è chi ipotizza addirittura che sia stato bruciato quasi un quarto, se non più, dell'intero patrimonio boschivo di Difesa Grande. Un record drammatico che da solo arriverebbe a eguagliare una superficie pari a quella andata perduta nell'arco degli ultimi dieci anni (la palma di estate più nera, finora, era andata a quella del 2007). Il bilancio è drammatico: circa 500 ettari andati in fumo.

Il problema fondamentale, molto probabilmente, va individuato nel groviglio di responsabilità e competenze tra enti locali e forze di polizia, che, come spesso accade in Italia, anziché rendere più efficienti le operazioni rischia di complicare ulteriormente il tutto. A questo si aggiunga il fatto che prima di arrivare alle emergenze estive, occorrerebbe un lavoro di prevenzione che a Gravina, evidentemente, non viene svolto come si dovrebbe. Una legge regionale, per dirne una, impone la creazione di spazi spartifuoco, della lunghezza di 15 metri, tra i campi coltivati e il bosco, proprio per evitare il propagarsi delle fiamme a partire dalle stoppie bruciate dagli agricoltori. Questa norma viene rispettata o è solo un fastidioso cavillo da eludere appena si può?

Poi: mentre il locale Corpo Forestale dello Stato concentra le sue attenzioni al Parco dell'Alta Murgia, il bosco Difesa Grande, in quanto bene comunale, rientra sotto la tutela del Nucleo Ambientale della Polizia Municipale. Quest'ultima, com'è noto, è affetta da una cronica mancanza di uomini e mezzi, con un organico dimezzato rispetto alle necessità. Di qui le difficoltà, a cascata, dei volontari della Protezione Civile, destinati per legge anche alla lotta agli incendi e fruitori dell'apposito bando regionale destinato ad associazioni o gruppi comunali, stando però vincolati al Nucleo Ambientale, che effettua le operazioni di monitoraggio e interventi di primo spegnimento in una situazione di scarsità di strumenti indispensabili per svolgerlo al meglio. Tanto per fare un esempio, un volontario della Protezione Civile non può guidare una jeep facente parte del parco macchine della Polizia Municipale.

Ai volontari della Protezione Civile si aggiungono gli operai comunali, una trentina circa, che però – anomalia tutta nostrana - sono adibiti unicamente alla sorveglianza del bosco dall'alto delle vedette, ogni anno protagonisti di un braccio di ferro con l'amministrazione, che l'anno scorso (sindaco Divella) optò per la contestata esternalizzazione del servizio; anche quest'anno, con bando apposito, la giunta Valente ha determinato di affidare il servizio di vigilanza antincendio per un importo complessivo di 95.000 euro. Ma una volta avvistate, le fiamme vanno affrontate. E questo compito spetta anche ai (pochi) operai della Regione, pure loro sprovvisti dei mezzi necessari, con molte voci che lamentano lo scippo della caserma dei Vigili del Fuoco, solo uno dei tanti subiti dai vicini-rivali altamurani. E mentre la burocrazia decide a chi dare la colpa dell'ennesimo immane rogo, in mancanza di presidi fissi, telecamere di sorveglianza, opere di pulizia sistematica e un piano di lavori silvo-colturali il bosco Difesa Grande se ne va in fumo, insieme alle speranze di un miglior trattamento del polmone verde gravinese.
                                                                                                                     

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